Sabato 10 Novembre 2007

il vento del male

ieri c'era un vento assurdo, un vento tanto forte che come al solito mi ha scombussolato tutte le poche idee che ho... un vento orrendo... questo che segue è quello che ho scritto ieri sotto l'influsso nefasto di questo vento... vorrei farvi fare un paragone tra la mia depressione indotta dal tempo e l'allegria che lo stesso tempo provoca ad alessandra (mia carissima amica nonchè concittadina quindi avevamo proprio lo stesso identico tempaccio...) ma non posso quindi vi posto il mio orrendo scritto....

Guardare lo schermo vuoto è come guardare dentro di sé, come in uno specchio che non riflette la propria immagine ma la propria vita per intero, un’immagine dolorosa e senza ambiguità. Tutto come realmente è, tutto vero, senza controfigure, senza bugie o menzogne.

Cosa vedo io, non lo racconterò ora, e non racconterò nemmeno quello che credo vedano gli altri.

Racconterò invece del vento che sento ora.

Un vento freddo e crudele che sbatte contro le mie finestre e che mi chiama per nome. Il vento che conosco e ho imparato ad odiare. Il vento che ogni volta mi propone di andare via. Di seguirlo nel suo immondo girovagare.

E che invece non seguo mai.

Vorrei un giorno avere il coraggio di seguirlo.

Ora mi chiama, mi chiama così forte da farmi venire le lacrime agli occhi.

Vorrei dirgli di stare zitto.

Urlare che non è vero quello che dice, che non finirà di nuovo così.

Ma so che non è vero. So che è tutto già scritto.

Non mi illudo più che qualcosa possa ancora tornare a brillare.

Tutte illusioni.

Se solo avessi il coraggio di seguire il vento, so che mi porterebbe dove da tempo penso di andare, in un luogo dove non sarò più io, dove finalmente l’immagine dello specchio e quella della pagina vuota coincideranno.

Ma anche quello è solo un sogno.

Se credessi in una qualche divinità, in un dio intangibile o reale, in una morale che arrivi al limite della perversione ideologica.

E invece nulla, il vuoto.

Nessuno a cui dare la colpa di tutto questo.

Solo la cieca follia che mi stringe fino a soffocare.

Posted by cris at 10:55:41 | Permanent Link | Comments (0) |

Martedì 23 Ottobre 2007

Non so cosa mi aspetto che succeda, qualche assurdo miracolo forse, o semplicemente un piccolo evento che cambi per sempre quello che sono, anche se questo è successo talmente tante volte che se mi guardo indietro non mi trovo nemmeno più.
Ed è strano, perchè chi mi conosce solo superficialmente mi riconosce subito, a distanza si anni e anni, mi vede e sa chi sono, mentre per me e per le mia vita a comparti stagni è talmente difficile riconoscere qualcuno delle vite passate che spesso passo per maleducata, ed invece sono solo pazza.
Pensavo a questo, al fatto che non riconosco le persone, ho visto una foto del mio ex, la persona con cui ho creduto di poter condividere la vita, e non l'ho riconosciuto, non mi ricordavo di lui. E' assurdo, ed incredibile anche. perchè è passato solo un anno e mezzo dall'ultima volta che l'ho visto.
Anche questa cosa del tempo mi fa paura. Non riesco a tenere in ordine gli eventi. Ad esempio non ricordo più cosa facevo prima di entrare all'università, quanti anni avessi, chi avevo vicino a me. Cioè ci devo pensare su un bel po' prima di ricordarmi eventi comunque importanti.
E i miei vecchi amici? Se non ci fosse Alessandra che ogni tanto me li ricorda, io non li ricorderei. E non perchè li abbia voluti cancellare dalla mia vita, ma se ne sono andati da soli.
Ricordo eventi minimi di loro. Cose piccole piccole. Senza importanza.
Per me è sempre stato così, non è che sto rincoglionendo. La mia vita è sempre stata divisa in periodi. E i nuovi periodi distruggono i vecchi.
La cosa che mi rende malinconica è che mi perdo ogni giorno un po' di più. Ogni giorno perdo un particolare di me che non torna più.
Posted by cris at 18:23:29 | Permanent Link | Comments (2) |

Lunedì 08 Ottobre 2007

Al supermercato

La cassa che scelgo è sempre la più lenta, è un dato di fatto, in qualunque cassa io decida di andare a pagare la merce essa diventa improvvisamente lentissima. Non mi sono mai spiegata il motivo. Guardo con sguardo annoiato la cassiera, è giovane, e piuttosto imbranata, forse è la prima settimana di lavoro o forse semplicemente è negata per il lavoro che svolge, io al suo posto avrei già dato di matto. Parla piano con un signore sull’ottantina con evidenti problemi di udito, ogni frase viene ripetuta milioni di volte a volume lievemente più alto.

Lui le chiede informazioni banali, probabilmente lei gli piace o più semplicemente è un vecchio solo e vedovo con nessuno con cui poter parlare, anche se adesso sta solo chiedendo informazioni sulla raccolta dei premi.

Inizio a spazientirmi.

Sento la mancanza del cellulare che ho lasciato in macchina in un momento di debolezza. “Fanculo a tutto, lo lascio qui”. Adesso almeno potrei vedere quanto tempo ci mette per finire questa ragazzina dai capelli arancioni.

Già, ma non posso nemmeno storcere il naso più di tanto, visto che io li ho viola melanzana, cortissimi e con le punte da maschiaccio.

Oggi in più ho addosso un ridicolo tailleur pantalone, azzurro confetto, messo su solo per impressionare il mio capo durante la mega riunione della mattina. Riunione che tra l’altro mi ha fruttato un notevole consenso e un buon lavoro.

Già ma resta il fatto che sto facendo la fila in un grande supermercato con indosso qualcosa che si vedrebbe bene in un ricevimento di matrimonio.

Con la lingua inizio a far girare il piercing che ho sul labbro inferiore.

Mi giro intorno con lo sguardo vuoto e solo allora mi accorgo che dietro di me c’è una ragazza con una bambina di circa un anno e mezzo. La bambina mi guarda sorridendo. La madre mi fissa incuriosita.

Sono pronta a sfoderare il mio sguardo da “che cazzo hai da guardare”, quando la ragazza mi si avvicina e mi saluta.

“Ciao. Come stai? Quanto tempo”

Già quanto tempo… Vorrei chiederle chi sei? Ma lei sa chi sono.

“Che mi racconti? Cosa combini?”

“Emm”

“Io lavoro sempre in pizzeria, ormai da sette anni, mi sono sposata e ho una bambina. E tu?”

Cosa gli dico? Aiuto! Guardo il mio cestino della spesa, cavolo ho comprato una marea di minchiate, guardo il suo, omogeneizzati, carne, pasta, sughi. Roba da famiglia.

“Emm, io… mi sono laureata e lavoro”. Vorrei dirle ho sprecato tutto questo tempo a studiare per arrivare a fare un lavoro che mi gratifica quanto un chilo di cavol fiore bollito, vivo in un monolocale che divido con il mio gatto e un canarino. Ma lei questa cosa qui forse la immagina da sola, guarda la mia spesa. Scatolette per gatti, una di mangime per uccelli, tre pacchetti di patatine, uno di pasta precotta, un bel po’ di cibi pronti e dietetici e soprattutto tisane, ne ho prese quattro diverse.

“Cavolo che bello, in che ti sei laureata?”

“Sono un informatica”

“Bello”

Non sa che dire. Io cerco di capire chi sia. Il suo viso non mi è nuovo ma non lo riconosco.

Tocca a me finalmente.

Sorrido imbarazzata. E inizio a svuotare il cestino nel banco. Faccio in un lampo, pago, mi giro per salutarla.

Lei mi sorride e mi dice : “Mi ha fatto piacere incontrarti Tina non sei cambiata per niente”

“Grazie”

Non dico altro.

Salgo in macchina e mentre carico la roba nel posto passeggero della mia smart ricordo chi è, è Pamela la ragazza con cui alle superiori facevo vela, una mia compagna di scuola, una delle poche che non schifava di farsi vedere con una come me.

Una che andava al di là dei voti alti e delle canne fumate in un angolo in cortile.

Era una tosta alle superiori e lo è pure adesso.

Sorrido, sono contenta che le sia andata bene nella vita.

Metto in moto e vado a casa.

 

Posted by cris at 19:09:18 | Permanent Link | Comments (0) |

Mercoledì 19 Settembre 2007

la chiamano follia

La musica etnica che usciva dal suo stereo riempiva le stanze di note allegre e spensierate, se non si conosceva la lingua in cui la canzone era cantata si poteva pensare realmente che fosse una canzone allegra e spensierata. Era una canzone che parlava di morte e solitudine. Lei seduta davanti al video del suo portatile nemmeno l’ascoltava, ma il rumore serviva ad isolarla dal resto del mondo.

Nella solitudine del suo studio, poteva finalmente cercare un argomento su cui fissare il suo pensiero evitando che come al solito spaziasse troppo tra i ricordi di un passato remoto o si perdesse in sogni di un futuro che non ci sarebbe mai stato.

Fissava il monitor senza concentrare lo sguardo su un punto preciso. Non leggeva la mail che aveva aperto oltre mezz’ora prima. Si limitava a fissarne i bordi, senza decidersi a chiuderla o a leggerla.

Pensava a quello che era successo nei giorni precedenti, senza riuscire a darsene una spiegazione logica, e allo stesso tempo cogliendone l’ineluttabilità di un passato che non si può cambiare.

Tutto si era svolto in così poco tempo che faceva fatica a dire quando era iniziato tutto e quando era finito tutto quanto.

Poi come se scossa da un torpore arcaico, si alzò e iniziò la sua danza. Seguendo le note della musica, i suoi piedi si mossero eseguendo passi che nessuno le aveva insegnato ma che sembravano far parte di lei da secoli.

Ballava per se stessa, ignara del mondo che la circondava, esso non contava e non avrebbe più contato. Nel vorticare del suo corpo, con i lunghi capelli biondi che formavano un’enorme ruota intorno a lei, i suoi pensieri trovarono uno sbocco, si riunirono e si intrecciarono tra loro, formando la storia delle giornate vissute e perse.

Un pensiero positivo e negativo allo stesso tempo. Un pensiero che somigliava in maniera incredibile alla canzone che stava ballando in quel momento.

Quando le note si dispersero e la musica cessò, lei si ritrovò a terra, rideva e piangeva.

Felice e triste.

Posted by cris at 10:35:59 | Permanent Link | Comments (0) |

Mercoledì 05 Settembre 2007

i traguardi

Ci sono dei traguardi che ci sembrano impossibili da raggiungere e quando li raggiungiamo vorremo che gli altri fossero con noi, capissero quanto abbiamo lottato per quell’arrivo. Per tagliare la linea che ci separava dal nostro stesso limite.

Sono traguardi banali, a volte troppo stupidi perché gli altri riescano a capire fino in fondo quanto ci è costato arrivarci, quante ore di lotta interiore, sacrifici e dolori.

Per qualcuno può essere banale dire “ho mangiato una mezza pizza!” una mezza pizza… cosa vuoi che sia… “l’ho mangiata in pubblico!!”... si va beh e quindi?

La mia i.m.c. adesso è di 16,5 sono uscita dalla fascia <16, dovrei sentirmi bene, ho raggiunto il mio traguardo, le persone si stanno accorgendo che sto mettendo su peso, ma… già ma… ho paura, ho paura di ingrassare, e quindi nel momento esatto in cui mi sono accorta di essere uscita dalla zona critica, eccomi di nuovo stare male, di nuovo pensare a quanto mi faccio schifo per le mandorle che ho mangiato a merenda, avrei potuto mangiare il solito yogurt e invece…

E a pranzo? Già… troffie con il pesto e aggiunta di panna… cosa c’entrava la panna? E poi anche una fettina di pancetta… e tre fette di pane…

Non voglio nemmeno pensare a quante calorie sono arrivata ad assumere oggi, se ci penso sento salire il vomito, mentre ora mi coccolo nel mio mal di testa auto imposto e nella mia gola chiusa.

Ho raggiunto il traguardo ma devo continuare a correre per arrivare ad accettare di averlo raggiunto. Come fare a spiegarlo agli altri?

Come spiegare che per me sarà sempre così?

Che per ogni traguardo raggiunto ci saranno sempre pianti e mal di testa?

Fuori ha smesso di piovere, il profumo della terra bagnata mi chiama come ogni anno in questo periodo. È finita l’estate, finalmente. Sono finiti i costumi che mostrano quello che non voglio vedere, è finito il caldo che mi toglie le forze, è finito il rincorrere me stessa sotto un sole troppo forte per i miei occhi.

La terra mi chiama, chiama le mie corse sotto la pioggia, con l’aria umida che mi riempie i polmoni e mi bagna i capelli. Correre felice, lasciando dietro tutto quello che non voglio più con me, quello che per troppo tempo mi ha impedito di vivermi.

Non credo che riuscirò tanto, ma spero di riuscire un giorno a guardarmi e a dirmi “ti voglio bene”.

Posted by cris at 18:45:42 | Permanent Link | Comments (2) |

Domenica 26 Agosto 2007

ultimo giorno di ferie

Il caldo è soffocante, la camera un caos incredibile, dallo stereo vengono fuori canzoni senza senso, che appartengono ad altre persone, ad altre vite, mi chiedo quante vite fa. Ma la risposta non mi piacerebbe. E' una vita passata e come tale non mi appartiene più.

La penombra non serve a rifugiarmi dal caldo assurdo che mi impedisce di pensare e di concentrarmi su cose semplici e lineari. Cerco dentro di me gli obiettivi che mi ero prefissata prima dell’inizio della giornata quando incerta se alzarmi o continuare a poltrire mi sono concessa il privilegio di pensare. Un vero privilegio che non tutti si possono concedere, mi sento fortunata per questo.

Gli obiettivi. Pensarci adesso con il caldo che soffoca ogni azione mi sembra poco credibile. Ma quanti gradi ci saranno? E siamo già a fine di questa bizzarra estate. Guardo il calendario con malavoglia. Domani si riprende la routine di tutti i giorni. Lavoro, casa, studio, palestra.

Gli obiettivi. Cavolo non li trovo più. Forse avrei dovuto scrivermeli. Se solo la musica fosse diversa. E poi perché è sempre tutto così confuso, così estremamente confuso.

Allungo lo sguardo al cellulare, ma anche quello è fermo da anni. Come un orologio rotto, segna sempre un orario sbagliato.

Devo assolutamente ritrovare gli obiettivi. Guardo il letto. Il caldo. L’acqua affianco al cuscino. La finestra spalancata con le persiane chiuse. Il silenzio irreale di una giornata di agosto.

Ecco l’obiettivo di oggi è sopravvivere.

 

Posted by cris at 10:21:02 | Permanent Link | Comments (3) |