La cassa che scelgo è sempre la più lenta, è un dato di fatto, in qualunque cassa io decida di andare a pagare la merce essa diventa improvvisamente lentissima. Non mi sono mai spiegata il motivo. Guardo con sguardo annoiato la cassiera, è giovane, e piuttosto imbranata, forse è la prima settimana di lavoro o forse semplicemente è negata per il lavoro che svolge, io al suo posto avrei già dato di matto. Parla piano con un signore sull’ottantina con evidenti problemi di udito, ogni frase viene ripetuta milioni di volte a volume lievemente più alto.
Lui le chiede informazioni banali, probabilmente lei gli piace o più semplicemente è un vecchio solo e vedovo con nessuno con cui poter parlare, anche se adesso sta solo chiedendo informazioni sulla raccolta dei premi.
Inizio a spazientirmi.
Sento la mancanza del cellulare che ho lasciato in macchina in un momento di debolezza. “Fanculo a tutto, lo lascio qui”. Adesso almeno potrei vedere quanto tempo ci mette per finire questa ragazzina dai capelli arancioni.
Già, ma non posso nemmeno storcere il naso più di tanto, visto che io li ho viola melanzana, cortissimi e con le punte da maschiaccio.
Oggi in più ho addosso un ridicolo tailleur pantalone, azzurro confetto, messo su solo per impressionare il mio capo durante la mega riunione della mattina. Riunione che tra l’altro mi ha fruttato un notevole consenso e un buon lavoro.
Già ma resta il fatto che sto facendo la fila in un grande supermercato con indosso qualcosa che si vedrebbe bene in un ricevimento di matrimonio.
Con la lingua inizio a far girare il piercing che ho sul labbro inferiore.
Mi giro intorno con lo sguardo vuoto e solo allora mi accorgo che dietro di me c’è una ragazza con una bambina di circa un anno e mezzo. La bambina mi guarda sorridendo. La madre mi fissa incuriosita.
Sono pronta a sfoderare il mio sguardo da “che cazzo hai da guardare”, quando la ragazza mi si avvicina e mi saluta.
“Ciao. Come stai? Quanto tempo”
Già quanto tempo… Vorrei chiederle chi sei? Ma lei sa chi sono.
“Che mi racconti? Cosa combini?”
“Emm”
“Io lavoro sempre in pizzeria, ormai da sette anni, mi sono sposata e ho una bambina. E tu?”
Cosa gli dico? Aiuto! Guardo il mio cestino della spesa, cavolo ho comprato una marea di minchiate, guardo il suo, omogeneizzati, carne, pasta, sughi. Roba da famiglia.
“Emm, io… mi sono laureata e lavoro”. Vorrei dirle ho sprecato tutto questo tempo a studiare per arrivare a fare un lavoro che mi gratifica quanto un chilo di cavol fiore bollito, vivo in un monolocale che divido con il mio gatto e un canarino. Ma lei questa cosa qui forse la immagina da sola, guarda la mia spesa. Scatolette per gatti, una di mangime per uccelli, tre pacchetti di patatine, uno di pasta precotta, un bel po’ di cibi pronti e dietetici e soprattutto tisane, ne ho prese quattro diverse.
“Cavolo che bello, in che ti sei laureata?”
“Sono un informatica”
“Bello”
Non sa che dire. Io cerco di capire chi sia. Il suo viso non mi è nuovo ma non lo riconosco.
Tocca a me finalmente.
Sorrido imbarazzata. E inizio a svuotare il cestino nel banco. Faccio in un lampo, pago, mi giro per salutarla.
Lei mi sorride e mi dice : “Mi ha fatto piacere incontrarti Tina non sei cambiata per niente”
“Grazie”
Non dico altro.
Salgo in macchina e mentre carico la roba nel posto passeggero della mia smart ricordo chi è, è Pamela la ragazza con cui alle superiori facevo vela, una mia compagna di scuola, una delle poche che non schifava di farsi vedere con una come me.
Una che andava al di là dei voti alti e delle canne fumate in un angolo in cortile.
Era una tosta alle superiori e lo è pure adesso.
Sorrido, sono contenta che le sia andata bene nella vita.
Metto in moto e vado a casa.
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hai perfettamente ragione e lo so ma purt
Ancora non capisco perchè continui a far
un baci